BIOGRAFIA

Nasce a Roma il 16 settembre 1900 da Oscar e Clara Spalmach.
Trascorre la sua giovinezza prima a Massa e poi a Parma, dove il padre Oscar, insegnava scultura presso le locali Scuole di Belle Arti.
La madre muore nel 1909 a Massa, mentre il padre a Parma nel 1916, non prima, però, di averlo avviato alla pittura. Lo accoglie a Modena un amico del padre l’architetto Arturo Prati; qui frequenta l’Istituto di Belle Arti.
Dopo Caporetto si arruola volontario e parte per il fronte, dove rimane ferito ad un orecchio.
Dopo la guerra arriva a Roma, accolto dalle sorelle, ma per dedicarsi alla pittura e non restare a carico delle sorelle, accoglie l’invito di uno zio che lo voleva a Venezia. Rimane a Venezia solo tre mesi, perché lo zio muore e si trasferisce a Padova.
A Padova, dove viveva con il denaro che gli inviava da Modena l’arch. Prati, comincia ad aiutare un oscuro “pittore” locale al quale i frati avevano commissionato “un grande e lungo quadro”.
Tornato a Roma dalle sorelle, viene richiamato per completare il servizio di leva con il grado di sottotenente (in servizio tra Terni e Foligno). Durante il servizio militare aderisce al partito fascista e partecipa a qualche azione, non violenta, di gruppi fascisti.
Congedato nel 1921 torna a Roma, dove passa le giornate nei musei ad ammirare e studiare i grandi artisti del passato Correggio, Caravaggio, Tiziano. A Roma affitta un locale da adibire a studio “una specie di torretta di pochi metri quadrati al settimo piano di una casa popolare. L’affitto consisteva in poche lire“.

Lo scultore Vighi, allievo di Oscar Spalmach a Parma, lo incita a partecipare al premio reale dell’Accademia di San Luca, arrivando anche a pagargli la modella. Arriva primo ex aequo, ma il premio, indivisibile, è assegnato per estrazione all’altro vincitore.
In questo periodo ripensa alla sua adesione al fascismo e, dopo la marcia su Roma, deluso, abbraccia le idee socialiste. Vive di stenti e si avvicina a giovani come lui, elementi ribelli e poveri (Bottuzzi, Luciano, Genesio).
Il 1° maggio 1924 viene arrestato per aver distribuito un giornale inneggiante ai lavoratori e trascorre tre giorni a Regina Coeli. Incontra diversi artisti che vivono a Roma: il pittore Costantini (lo considera il maestro ricordando la potenza espressiva raggiunta nei quadri dedicati agli orrori della guerra), gli scultori Papi e Capezzoli di Siena, il pittore D’Urso di Catania, lo scultore Melandri, di cui fu grande amico.
Nel 1925 partecipa nuovamente al premio reale bandito dall’Accademia di San Luca sul tema “Il seppellimento di un eroe” che vince con il quadro “Ultimo commiato”, che Spalmach così descrive:

Avevo concepito il seppellimento non dell’eroe di guerra, ma dell’eroe che si è sacrificato per l’ideale, nella lotta per il progresso dell’umanità. Il corpo nudo dell’eroe giacente sulla nuda terra, seppellito dai compagni di fede. Dietro di lui le donne piangenti: Nello sfondo l’umanità in cammino.


Nel 1926 vince un altro premio con un quadro che rappresenta il ritorno dal lavoro di un gruppo di sterratori:

Con i badili in spalla, su un cielo grigio, camminavano questi uomini sulla terra brulla, stanchi dopo tante ore di fatica, con passo trascinato, ma ancora con una certa forza cosciente.


Il successo provoca l’invidia di altri pittori che denunciano il suo antifascismo per cui viene escluso da mostre e da lavori, essendo le sorti del campo artistico nelle mani dei gerarchi fascisti. Una sera, nel rientrare a casa viene anche assalito e picchiato da un gruppo di fascisti. Se la cava, ma da allora viene segnalato dalla questura come uomo pericoloso.
La sera frequenta il circolo degli artisti, dove rivede Mercedes Prestia, già conosciuta nel breve soggiorno veneziano. Le dichiara il suo amore, ma lei rifiuta. La depressione che ne consegue lo getta nelle braccia di una ragazza, cui si lega per 4 anni. Quando scopre che lei lo tradisce, la caccia di casa. Con l’aiuto dei fratelli supera il trauma (“Debbo a loro, se non misi fine ai miei giorni”).

Nel 1940 l’Italia entra in guerra. Nell’ottobre dello stesso anno viene richiamato alle armi e destinato con il grado di tenente presso il Comando generale delle truppe italiane in Albania. A Bari si imbarca per Durazzo, da dove raggiunge in camion Tirana. Viene incaricato di ritrarre con disegni o dipinti le scene di guerra. Parte per il fronte: a Elbasfan (“sembrava un paesaggio di fiaba”) passa qualche giorno tra gli alpini ed assiste ad alcuni scontri. Torna a Tirana e viene inviato al fronte presso la brigata di fanteria Alpi. Gli viene assegnato un attendente. Vede orrore e morte,

eppure ebbi la forza di disegnare, di fare degli appunti, di prendere anche qualche impressione di colore.


Va poi a Scutari dove si combatteva contro gli jugoslavi.
Dopo aver girovagato per l’Albania, ai primi di luglio del 1941 torna a Roma, dove viene messo in congedo provvisorio.
Prima della partenza espone a Tirana una parte dei suoi dipinti di guerra, ottenendo molto interesse da parte dei visitatori; molte di queste opere vengono acquistate da privati e da enti pubblici.
A Roma ricomincia a dipingere; tra l’altro esegue un affresco nell’abside di una nuova chiesa:

Il lavorare in affresco sul muro mi piace molto. Dedicarmi a questo lavoro sarebbe stata la mia più alta aspirazione artistica, ma per le contraddizioni della vita, solo raramente mi capitò questa possibilità.


Nel febbraio 1943 tiene una mostra personale (“Ebbi successo di critica e vendei quasi tutti i quadri”).

Dopo l’8 settembre 1943 viene richiamato e invitato a raggiungere un reggimento di stanza a Mestre. Per sfuggire alle ricerche dei renitenti si allontana da Roma e si rifugia in campagna nei pressi di Mentana nella casa dei genitori di Mercedes. Qui si unisce ad altri sbandati, soldati e carabinieri, e insieme cominciano ad organizzarsi per fare resistenza ai tedeschi. Il 30 ottobre 1943, a seguito della spiata di “un proprietario di quelle parti”, arrivano i tedeschi ma il gruppo si nasconde in una grotta e riesce a non farsi catturare. Andati via i tedeschi decidono di raggiungere Monte Gennaro per unirsi ai partigiani che già lì operavano. Non trovano nessuno e decidono di proseguire per l’Abruzzo.
Lungo il percorso vengono traditi da due persone, che si erano presentati come militari in fuga ma che, invece, li consegnano ai tedeschi.
Vengono portati alla Giustiniana e qui passano la notte insieme ad altri prigionieri, uno dei quali sarebbe stato fucilato la mattina seguente 

Di questa scena riuscii a ritrarre qualche schizzo, nascostamente, su dei pezzetti di carta e con un mozzicone di matita che trovai frugandomi nelle tasche. Da questi schizzi poi, durante la prigionia, composi aiutandomi con la memoria un piccolo quadro.


Sul treno che lo porta in Germania fa il ritratto al capitano tedesco che comanda la scorta. Arriva al campo di concentramento internazionale di Moosburg (vicino Monaco) sotto il controllo della Croce Rossa Internazionale; ci sono prigionieri francesi, inglesi, americani, russi, jugoslavi, polacchi. Il trattamento non è cattivo. Fa amicizia con un francese, pittore di Lilles, Tesevelin il quale sta eseguendo illustrazioni per le favole di La Fontaine; Tesevelin gli regala fogli di carta, qualche acquerello e pastelli. Ricomincia a lavorare:

Ritraggo le lunghe lugubri file delle nostre baracche, con gruppi di prigionieri, qualche tratto dei reticolati con le garitte delle sentinelle, gli interni con i castelli per dormire.


Nel gennaio 1944 gli ufficiali italiani sono trasferiti al campo di Wietzendorf (Hannover) che non ha la protezione della Croce Rossa. Fa freddo ed il mangiare è poco: un pezzo di pane da dividere in un primo momento in sei e successivamente in 12, una o due patate, una “sbobba” costituita da “acqua salata, con pezzi di rape da foraggio e qualche raro filamento che ha la pretesa di essere carne“.
Comincia la tragedia della fame.
Un capo delle SS lo incoraggia a lavorare fornendogli carta ed acquerelli da bambini; gli chiede qualche lavoretto che si va a vendere in paese.
Spalmach dedica gran parte del tempo a fare studi e bozzetti dell’ambiente e della vita quotidiana del campo: ritrae gli altri internati, a richiesta, e viene ricompensato con qualche sigaretta, qualche galletta e a volte una scatoletta di carne. I lavori vengono nascosti per sottrarli ai tedeschi.
Viene incaricato di dipingere qualche cosa sulle pareti di una piccola cappella, costruita in una parte di baracca: dipinge a tempera su una parete il Battesimo e su quella di fronte l’Annunciazione. Ma per mancanza di nutrimento si ammala.

La mattina del 12 aprile 1945 i tedeschi non ci sono più. Raccoglie tutti i lavori eseguiti in prigionia dai vari nascondigli (“Ne viene un pacco molto pesante per le mie forze, ma sono deciso a portarlo a compimento”).
I prigionieri sono portati a Bergen (14 km). Qui tutti mangiano a più non posso e cominciano le diarree e qualcuno muore.

Io mi sono salvato da questa pericolosa follia, per il semplice fatto che andando in giro a fare qualche acquerello, per ore mi distraevo dall’ossessione del mangiare.


Quindi tornano ad occupare le baracche di Wietzendorf, “non più prigionieri”.
Finalmente, il 17 agosto parte per l’Italia con camion arrivati da Brescia. A Bologna prende un treno per Roma, dove arriva la notte del 27 agosto. Viene accolto a casa del fratello, festeggiato dalla cognata e dalla nipotina. Rivede la moglie.
Riprende a lavorare a Roma, nel suo studio di via Margutta.

Muore a Roma il 31 dicembre 1966